Qualcuno ancora si meraviglia (o fa finta di meravigliarsi ) quando afferma che i manager si comportano stranamente. In particolare ci si meraviglia del fatto che Sergio Marchionne si comporti come fosse il proprietario della Fiat.. La questione è vecchia in quanto da tempo ormai i manager sono divenuti di fatto i proprietari dell'aziende che dirigono. Per questo motivo il nostro paese non può insistere più di tanto con questi manager. Il fatto è immediatamente spiegato. Le chiavi dei rubinetti monetari non sono più nelle nostre mani. La perdita completa della sovranità monetaria ha fatto si che l'Italia da chiunque sia guidata non abbia alcuna voce in capitolo. La cassaforte a cui attingere denaro non è più a Roma ma è nelle mani della BCE.
La storia dei prestiti di Stato alla famiglia Agnelli non è dunque un mito. Dal 1975 ad oggi, gli Agnelli hanno preso quasi 100 miliardi di €. Oggi, però, il problema è u altro: l’ impossibilità di ottenere credito in Italia. Per rilanciare il marchio FIAT Marchionne è stato costretto a sbarcare sui lidi americani, e, dopo aver restituito i miliardi di prestiti concessi da Obama e dal governo canadese, ha cominciato a girare il mondo in cerca di investitori. Ogni volta ripianando il debito precedente con il credito successivo, in un valzer di partite di giro, tese solo a mantenere a galla il titolo, ingrassando gli azionisti, in attesa della ripresa del mercato automobilistico. Quanto importa ancora alla FIAT produrre automobili, è un discorso che ci porterebbe lontano. Quello che vogliamo sottolineare è la spregiudicatezza di Marchionne nel reperire fondi internazionali, che lo svincolano dal baratro italiano e gli permettono la politica delle mani libere, stigmatizzata dai giornaloni italiani. Un esempio. Il titolo FIAT è quotato nella Borsa italiana, ma quando bisogna emettere obbligazioni, ci si rivolge all’ estero. La SEC americana, l’ organo di vigilanza sulle transazioni finanziarie, non è tenera (anche se a corrente alternata..) con chi truffa il mercato. I reati finanziari, se gravi, possono essere puniti anche con l’ ergastolo. Andate a leggere il documento d’ intenti stilato dalla FIAT (http://www.fiatspa.com/it-IT/media_center/FiatDocuments/2012/LUGLIO), nel luglio di quest’ anno, sulla collocazione, a breve, di nuove obbligazioni. Il testo dichiara che le collocazioni non avverranno negli Stati Uniti (per la ragioni di cui sopra?..) e neppure in Italia (vi ricordate quando la CONSOB, nell’ ottobre del 2011, chiese conto al manager Fiat, sulla base del Testo unico della finanza, articoli 114 e 115, e dell’articolo 66 del regolamento della stessa Commissione, della qualità del piano industriale aziendale? No? Marchionne invece se ne ricorda bene. E gira a largo..). E allora? Dove andrà il buon Marchionne a cercare fortuna? E’ scritto nero su bianco: presso il mercato regolamentato irlandese (Irish Stock Exchange). Lì, dove il languore finanziario è più forte, e la troika europea ha già iniettato il morbo letale dei suoi aiuti, gli occhi si chiudono volentieri, pur di sperare in un lauto guadagno con le commissioni di vendita. Nell’ Irlanda, affamata di soldi, nessuno farà troppe domande circa le prospettive produttive della FIAT. Tutte quelle che ora gli allarmati giornali borghesi, con l’ ipocrisia ben nota, rivolgono a Marchionne, su incitamento dei loro proprietari interessati e già in campagna elettorale, spacciandosi per i paladini degli interessi nazionali, quando per due anni hanno celebrato il “modello Pomigliano” come il futuro delle relazioni industriali italiane. La fine dell’ industria automobilistica italiana e l’ ennesima vergogna che si abbatte su un Paese desolantemente narcotizzato.

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