Nicolino Bombacci, dopo aver percorso fino in fondo la strada verso il socialismo reale in seno al P.C.d.I., rimase pressocchè isolato all'interno del partito. Pian piano, dunque, venne allontanato dai quadri del partito, ragion per cui dal 1933 in avanti il fondatore del P.C.d.I., si avvicinò al parito fascista condividendone in tutto e per tutto l'operato. Per tale motivo chiese ripetutatmente la tessera del PNF, che però gli venne ripetutamente negata. Ciò tuttavia non lo fece desistere dal perseguire la sola via alla verità e al socialismo possibile.
Dopo l'otto settembre del 1943 Bombacci fu ancor più di prima vicino al Duce, tanto che dopo la liberazione di quest'ultimo dal Gran sasso da parte di Skorzeny, si recò volontariamente a Salò, dove divenne una sorta di consigliere di Mussolini.
L’11 marzo dell'anno 1945, egli, parlando al Teatro Universale, di fronte alle Commissioni interne degli stabilimenti industriali, dichiarò, fra le altre cose: “Il socialismo non lo farà Stalin, ma lo farà Mussolini che è socialista”.
E due giorni dopo, arringando di fronte a più di mille operai, nello stabilimento industriale dell’Ansaldo, affermò:
“Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiedete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa ? Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica Sociale Italiana, è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisia rivendicare i diritti degli operai”.
Cosa accadde in realtà?
Bombacci, dopo aver propangadato l'idea sballata di attuare i Soviet anche in Italia, seguendo pedissequamente le linee leniniste, si accorse che tali idee erano inattuabili, perciò decise di partecipare alla RSI, in quanto riteneva allora possibile il passaggio dallo Stato corporativo alla socializzazione, fondendo il meglio delle due rivoluzioni: quella comunista e quella fascista. Allora e non prima, poichè solo con la rottura definitiva del fascismo con la monarchia sabauda, rompendo perciò con tutto il mondo borghese e industriale del nord sarebbe stato possibile attuare il sogno del fascismo san sepolcrista.
Lo Stato corporativo, in altri termini, avrebbe rappresentato solo una fase di passaggio, non il fine ultimo del fascismo.
D'altra parte anche studiosi di fama internazionale come l'economista Michaal Shanks, già direttore della Commissione europea degli affari sociali e presidente del Consiglio nazionale dei consumi, nel suo libro What is wrong with the modern world ? indica nello lo Stato Corporativo fascista l’unico modello utile per uscire dalle crisi continue che il liberal capitalismo ingenera continuamente ed anche per evitare i bagni di sangue che si susseguono a tali crisi. Si tratta della cosiddetta terza via.
Per tale preciso motivo questa storia trova la giusta collocazione nell'oggi e si prenota un posto sicuro anche nel futuro prossimo ventiro, evitando che lo Stato, già disastrato, corra ulteriori rischi e pericoli.
È dunque sotto gli occhi di tutti (eccezzion fatta per coloro che da questo sistema ne traggono idebiti vantaggi) le ingiustizie e le sperequazioni ingenerate da una società liberale in politica e liberista in economia. Un siffatto sistema alimenta esclusivamente l'egoismo dei singoli a discapito dei molti; si fa portatore di una falsa libertà che si trasforma in anarchia sociale, dove solo il più spregiudicato e perciò privo di scrupoli prevale su tutti.
E, ancora una volta, vale la pena di ripetere quanto disse il Duce:
“La corruzione non è NEL sistema, ma è DEL sistema”, e sogiungo: ciò è ampiamente provato.
Allora, giusto come ha scritto il giornalista Franco Monaco:
“Per rifare l’Italia, per rifarla Nazione bisogna mandare all’aria anzitutto i partiti. Perché una vera democrazia è cosa ben diversa da quella di loro comodo, grottesca impalcatura di gole profonde. Una vera democrazianon può fondarsi che sulla serietà pura e semplice del lavoro, quindi su una rappresentanza chiara, diretta e responsabile di tutte le categorie produttive".
Ora un po’ di storia.
Prima con il Lodo di Palazzo Vidoni dell’ottobre 1925, poi con la Cartadel Lavoro presentata il 21 aprile 1927 (sì, signori, addirittura più di ottanta anni fa) codificava, per la prima volta al mondo, i rapporti fra capitale e lavoro, cioè fra il proprietario di un’azienda e il lavoratore, basava l’intero sistema sulla collaborazione di classe in contrapposizione all’allora vigente lotta di classe, rendendo, in pratica, due forze non più ferocemente antagoniste, ma collaborative nel comune interesse.
Di nuovo Franco Monaco (Quando l’Italia era ITALIA, pag. 47):
“Questa unitarietà di comportamento dei datori di lavoro e dei lavoratori non poteva essere basata che su una loro uguaglianza totale: giuridica, politica ed economica. Perciò l’ordinamento corporativo ridimensionava il capitale, gli toglieva la vecchia arroganza padronale, lo faceva diventare strumento tecnico dell’economia, senza per altro mettere in discussione la proprietà privata”.
La Carta del Lavoro fu la premessa legislativa necessaria per l’impalcatura dell’apparato corporativo.
Con la creazione nel luglio 1926 del Ministero delle Corporazioni, nel 1930 vide la luce il Consiglio Nazionale delle Corporazioni.
L’insieme dell’edificio corporativo andava costruito in tempi assennati perché sottoposto a continue verifiche, limature, variazioni, aggiunte. A seguito di ciò, con la legge del febbraio 1934 il sistema corporativo appariva quasi compiuto, mancava solo la sostituzione della ormai praticamente esautorata Camera elettiva con un organo espresso dalle corporazioni. Le elezioni plebiscitarie a lista unica, nel marzo 1934 e conseguente impresa etiopica, avevano probabilmente ritardato la variazione istituzionale e la creazione del nuovo assetto rappresentativo corporativo.
Nel 1939 entrò in funzione la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, organo legislativo e rappresentativo, con 600 deputati chiamati Consiglieri Nazionali.
La nascita dello Stato Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del così detto Stato liberale e l’incubo dello Stato sovietico. Il Secondo conflitto mondiale infranse l’esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell’isolamento internazionale provocato dalle sanzioni e dall’autarchia.
Così si espresse il Direttore de Il Giornale d’Italia in un vecchio articolo.
Il Dottor Sebastiano Barolini di Pontinia (Lt) ha scritto che ha avuto la ventura di studiare il Diritto Corporativo che pone l’uomo al centro della Società e, riassumendo, qui, di seguito, un decalogo delle cose da fare :
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| Nicolino Bombacci |
Dopo l'otto settembre del 1943 Bombacci fu ancor più di prima vicino al Duce, tanto che dopo la liberazione di quest'ultimo dal Gran sasso da parte di Skorzeny, si recò volontariamente a Salò, dove divenne una sorta di consigliere di Mussolini.
L’11 marzo dell'anno 1945, egli, parlando al Teatro Universale, di fronte alle Commissioni interne degli stabilimenti industriali, dichiarò, fra le altre cose: “Il socialismo non lo farà Stalin, ma lo farà Mussolini che è socialista”.
E due giorni dopo, arringando di fronte a più di mille operai, nello stabilimento industriale dell’Ansaldo, affermò:
“Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiedete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa ? Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica Sociale Italiana, è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisia rivendicare i diritti degli operai”.
Cosa accadde in realtà?
Bombacci, dopo aver propangadato l'idea sballata di attuare i Soviet anche in Italia, seguendo pedissequamente le linee leniniste, si accorse che tali idee erano inattuabili, perciò decise di partecipare alla RSI, in quanto riteneva allora possibile il passaggio dallo Stato corporativo alla socializzazione, fondendo il meglio delle due rivoluzioni: quella comunista e quella fascista. Allora e non prima, poichè solo con la rottura definitiva del fascismo con la monarchia sabauda, rompendo perciò con tutto il mondo borghese e industriale del nord sarebbe stato possibile attuare il sogno del fascismo san sepolcrista.
Lo Stato corporativo, in altri termini, avrebbe rappresentato solo una fase di passaggio, non il fine ultimo del fascismo.
D'altra parte anche studiosi di fama internazionale come l'economista Michaal Shanks, già direttore della Commissione europea degli affari sociali e presidente del Consiglio nazionale dei consumi, nel suo libro What is wrong with the modern world ? indica nello lo Stato Corporativo fascista l’unico modello utile per uscire dalle crisi continue che il liberal capitalismo ingenera continuamente ed anche per evitare i bagni di sangue che si susseguono a tali crisi. Si tratta della cosiddetta terza via.
Per tale preciso motivo questa storia trova la giusta collocazione nell'oggi e si prenota un posto sicuro anche nel futuro prossimo ventiro, evitando che lo Stato, già disastrato, corra ulteriori rischi e pericoli.
È dunque sotto gli occhi di tutti (eccezzion fatta per coloro che da questo sistema ne traggono idebiti vantaggi) le ingiustizie e le sperequazioni ingenerate da una società liberale in politica e liberista in economia. Un siffatto sistema alimenta esclusivamente l'egoismo dei singoli a discapito dei molti; si fa portatore di una falsa libertà che si trasforma in anarchia sociale, dove solo il più spregiudicato e perciò privo di scrupoli prevale su tutti.
E, ancora una volta, vale la pena di ripetere quanto disse il Duce:
“La corruzione non è NEL sistema, ma è DEL sistema”, e sogiungo: ciò è ampiamente provato.
Allora, giusto come ha scritto il giornalista Franco Monaco:
“Per rifare l’Italia, per rifarla Nazione bisogna mandare all’aria anzitutto i partiti. Perché una vera democrazia è cosa ben diversa da quella di loro comodo, grottesca impalcatura di gole profonde. Una vera democrazianon può fondarsi che sulla serietà pura e semplice del lavoro, quindi su una rappresentanza chiara, diretta e responsabile di tutte le categorie produttive".
Ora un po’ di storia.
Prima con il Lodo di Palazzo Vidoni dell’ottobre 1925, poi con la Cartadel Lavoro presentata il 21 aprile 1927 (sì, signori, addirittura più di ottanta anni fa) codificava, per la prima volta al mondo, i rapporti fra capitale e lavoro, cioè fra il proprietario di un’azienda e il lavoratore, basava l’intero sistema sulla collaborazione di classe in contrapposizione all’allora vigente lotta di classe, rendendo, in pratica, due forze non più ferocemente antagoniste, ma collaborative nel comune interesse.
Di nuovo Franco Monaco (Quando l’Italia era ITALIA, pag. 47):
“Questa unitarietà di comportamento dei datori di lavoro e dei lavoratori non poteva essere basata che su una loro uguaglianza totale: giuridica, politica ed economica. Perciò l’ordinamento corporativo ridimensionava il capitale, gli toglieva la vecchia arroganza padronale, lo faceva diventare strumento tecnico dell’economia, senza per altro mettere in discussione la proprietà privata”.
La Carta del Lavoro fu la premessa legislativa necessaria per l’impalcatura dell’apparato corporativo.
Con la creazione nel luglio 1926 del Ministero delle Corporazioni, nel 1930 vide la luce il Consiglio Nazionale delle Corporazioni.
L’insieme dell’edificio corporativo andava costruito in tempi assennati perché sottoposto a continue verifiche, limature, variazioni, aggiunte. A seguito di ciò, con la legge del febbraio 1934 il sistema corporativo appariva quasi compiuto, mancava solo la sostituzione della ormai praticamente esautorata Camera elettiva con un organo espresso dalle corporazioni. Le elezioni plebiscitarie a lista unica, nel marzo 1934 e conseguente impresa etiopica, avevano probabilmente ritardato la variazione istituzionale e la creazione del nuovo assetto rappresentativo corporativo.
Nel 1939 entrò in funzione la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, organo legislativo e rappresentativo, con 600 deputati chiamati Consiglieri Nazionali.
La nascita dello Stato Corporativo rappresentò il tentativo di superare i limiti del così detto Stato liberale e l’incubo dello Stato sovietico. Il Secondo conflitto mondiale infranse l’esperimento in una fase che era già cruciale a causa dell’isolamento internazionale provocato dalle sanzioni e dall’autarchia.
Così si espresse il Direttore de Il Giornale d’Italia in un vecchio articolo.
Il Dottor Sebastiano Barolini di Pontinia (Lt) ha scritto che ha avuto la ventura di studiare il Diritto Corporativo che pone l’uomo al centro della Società e, riassumendo, qui, di seguito, un decalogo delle cose da fare :
- Ridimensionamento dello strapotere dei padroni attraverso la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese;
- Partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese;
- Partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali onde evitare chiusure di aziende o licenziamenti improvvisi senza che ne siano informati per tempo i dipendenti, i quali sono interessati a trovare altre soluzioni atte a non perdere il posto di lavoro;
- Intervento dello Stato attraverso i suoi funzionari immessi nei consigli di amministrazione allorquando le imprese assumono interesse nazionale a maggior difesa dei lavoratori (altro che l’intervento di Marchionne);
- Diritto alla proprietà in funzione sociale e cioè lotta alle concentrazioni immobiliari e diritto per ogni cittadino, in quanto lavoratore, alla proprietà della sua abitazione;
- Diritto alla iniziativa privata in quanto molla di ogni progresso sociale di contro all’appiattimento collettivista e alle concentrazioni capitaliste;
- Edificazione si una giustizia sociale che prelevi il di più del reddito ai ricchi e lo distribuisca fra le classi più povere attraverso la previdenza sociale, l’assistenza gratuita alla maternità e all’infanzia, le colonie marine e montane per i bambini poveri, l’assistenza agli anziani, il dopolavoro per i lavoratori, i treni popolari e via dicendo;
- Eliminazione dei conflitti sociali attraverso la creazione di un apposito Tribunale del Lavoro in base al principio che un cittadino non può farsi giustizia da sé altrettanto deve valere per i conflitti sociali ad evitare scioperi e serrate che tanti danni provocano alle parti in causa ed alla collettività nazionale;
- Abolizione dei sindacati di classe ormai ridotti a cinghie di trasmissione dei partiti che li controllano e creazione dei sindacati di categoria economica con conseguente modifica del Parlamento in una Assemblea composta da membri eletti attraverso le singole Confederazioni di categoria dei datori di lavoro e dei lavoratori;
- Attuazione, particolarmente nel Mezzogiorno, della bonifica integrale, che toglie ai latifondisti le terre incolte, le rende produttive e le distribuisce in proprietà gratuita ai contadini poveri.
Nell’Enciclica di Pio XI Quadragesimo anno, si legge fra l’altro: “Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari ed amministratori del capitale di cui però dispongono a loro grado e piacimento”.
Insieme alle famose Encicliche Rerum Novarum e Centesimus Annus si può affermare che le Encicliche papali sono la trasposizione politica dei problemi sociali che avevano proposto la Chiesa.
Quindi rivolgiamo una esortazione ai giovani, ne va del vostro futuro: dedicatevi allo studio del Diritto corporativo e ignorate le interessate e fraudolenti, mendaci voci che vi parlano di spinte corporative o di iniziative settoriali corporative.
Lo Stato Corporativo è tutto l’opposto perché è volto, attraverso l’esame dei programmi proposti dalle singole Confederazioni di categoria, a formulare una seria e globale programmazione economica ben diversa da quelle inconsistenti dall’attuale disonesto e incapace regime.
Siamo ora declassati a Nazione di serie B a causa dell’incapacità e corruzione dell’attuale regime.
A dimostrazione di quanto scritto, oltre al già citato Michaal Shanks, diamo la voce ad altri studiosi e autorità che sono al di sopra di ogni sospetto di simpatie per il passato regime.
Un riconoscimento alla validità della proposta corporativa venne addirittura da Gaetano Salvemini: “L'Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com'è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fascista. Giornali, riviste, periodici specializzati, facoltà di scienze politiche, di economia, di sociologia, delle grandi come delle piccole università, inondano il mondo di articoli, di saggi, opuscoli, libri che formano già una biblioteca di dimensioni rispettabili sullo Stato corporativo fascista, le sue istituzioni, i suoi aspetti politici, i suoi indirizzi di politica economica, i suoi effetti speciali”.
In questo contesto non possiamo non ricordare che quando Mussolini, nel 1934, affermò. “L’America va verso l’economia corporativa”, disse molto meno di quanto non si potrebbe credere. L’America non riusciva a superare la crisi economica che l’attanagliava e Roosevelt, favorevolmente colpito dalla politica mussoliniana, inviò attraverso Italo Balbo, “parole di apprezzamento per l’organizzazione corporativa del nostro Paese”.
In merito ha scritto Vaudagna: “In Italia intellettuali, politici e giornalisti videro nel New Deal una sorta di corporativismo in embrione, che seguiva la strada aperta dal fascismo”. Roosevelt, nel contesto di una economia che era sempre stata ispirata ai principi del più sfrenato ed incontinente liberismo, introdusse , con le buone e assai più con le cattive, il coordinamento economico da parte dello Stato, la qual cosa fu, non a torto, valutato come un punto di svolta determinante.
Zeev Sternhell, ebreo, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme, col saggio “La terza via fascista” (“Mulino”1990), nel quale, tra le molte altre considerazioni, possiamo leggere:
“Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo”.
Ed inoltre: “Le ragioni dell’attrazione esercitata dal Fascismo su eminenti uomini della cultura europea, molti dei quali trovarono in esso la soluzione dei problemi relativi al destino della civiltà occidentale”.
Ed ancora: “Il corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione”.
Torniamo a Roosevelt. Questi aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt (e questo nel dopoguerra venne accuratamente nascosto) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.
E allora, per tornare al titolo di questo pezzo, riprendiamo uno stralcio del lavoro di Lucio Villari: “Tugwell e Moley, incaricati alla ricercadi un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva”.
Roosevelt inviò Rexford Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo.
Ecco come Lucio Villari ricorda il fatto tratto dal diario inedito di Rexford Tugwell in data 22 ottobre 1934 (Anche l’Economia Italiana tra le due Guerre, ne riporta alcune parti; pag. 123):
“Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’amministrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Mi rende invidioso… Ma ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no”.
Erano gli anni che da tutto il mondo (e lo ripeto: da tutto il mondo) politici e studiosi venivano in Italia per studiare il MIRACOLO ITALIANO.
Esattamente come oggi, non è vero? E chi può mi smentisca!
Andiamo verso la conclusione e citiamo di nuovo Franco Monaco: “C’è una sola strada da percorrere, tutta italiana, ma preclusa ai grassatori: una strada da riprendere con un impegno non tribunizio, ma di studio e di ampia informazione pubblica, se si vogliono veramente ricostruire i valori crollati”.
Per valori crollati, Franco Monaco si riferisce a quelli crollati nella non troppo lontana sconfitta militare del 1945, quando i liberatori ci imposero le loro leggi, quelle basate essenzialmente sul valore del dollaro.
Insieme alle famose Encicliche Rerum Novarum e Centesimus Annus si può affermare che le Encicliche papali sono la trasposizione politica dei problemi sociali che avevano proposto la Chiesa.
Quindi rivolgiamo una esortazione ai giovani, ne va del vostro futuro: dedicatevi allo studio del Diritto corporativo e ignorate le interessate e fraudolenti, mendaci voci che vi parlano di spinte corporative o di iniziative settoriali corporative.
Lo Stato Corporativo è tutto l’opposto perché è volto, attraverso l’esame dei programmi proposti dalle singole Confederazioni di categoria, a formulare una seria e globale programmazione economica ben diversa da quelle inconsistenti dall’attuale disonesto e incapace regime.
Siamo ora declassati a Nazione di serie B a causa dell’incapacità e corruzione dell’attuale regime.
A dimostrazione di quanto scritto, oltre al già citato Michaal Shanks, diamo la voce ad altri studiosi e autorità che sono al di sopra di ogni sospetto di simpatie per il passato regime.
Un riconoscimento alla validità della proposta corporativa venne addirittura da Gaetano Salvemini: “L'Italia è diventata la Mecca degli studiosi della scienza politica, di economisti, di sociologi, i quali vi si affollano per vedere con i loro occhi com'è organizzato e come funziona lo Stato corporativo fascista. Giornali, riviste, periodici specializzati, facoltà di scienze politiche, di economia, di sociologia, delle grandi come delle piccole università, inondano il mondo di articoli, di saggi, opuscoli, libri che formano già una biblioteca di dimensioni rispettabili sullo Stato corporativo fascista, le sue istituzioni, i suoi aspetti politici, i suoi indirizzi di politica economica, i suoi effetti speciali”.
In questo contesto non possiamo non ricordare che quando Mussolini, nel 1934, affermò. “L’America va verso l’economia corporativa”, disse molto meno di quanto non si potrebbe credere. L’America non riusciva a superare la crisi economica che l’attanagliava e Roosevelt, favorevolmente colpito dalla politica mussoliniana, inviò attraverso Italo Balbo, “parole di apprezzamento per l’organizzazione corporativa del nostro Paese”.
In merito ha scritto Vaudagna: “In Italia intellettuali, politici e giornalisti videro nel New Deal una sorta di corporativismo in embrione, che seguiva la strada aperta dal fascismo”. Roosevelt, nel contesto di una economia che era sempre stata ispirata ai principi del più sfrenato ed incontinente liberismo, introdusse , con le buone e assai più con le cattive, il coordinamento economico da parte dello Stato, la qual cosa fu, non a torto, valutato come un punto di svolta determinante.
Zeev Sternhell, ebreo, professore di Scienze Politiche presso l’Università di Gerusalemme, col saggio “La terza via fascista” (“Mulino”1990), nel quale, tra le molte altre considerazioni, possiamo leggere:
“Il Fascismo fu una dottrina politica, un fenomeno globale, culturale, che riuscì a trovare soluzioni originali ad alcune grandi questioni, che dominarono i primi anni del secolo”.
Ed inoltre: “Le ragioni dell’attrazione esercitata dal Fascismo su eminenti uomini della cultura europea, molti dei quali trovarono in esso la soluzione dei problemi relativi al destino della civiltà occidentale”.
Ed ancora: “Il corporativismo riuscì a dare la sensazione a larghi strati della popolazione che la vita fosse cambiata, che si fossero dischiuse delle possibilità completamente nuove di mobilità verso l’alto e di partecipazione”.
Torniamo a Roosevelt. Questi aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt (e questo nel dopoguerra venne accuratamente nascosto) inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.
E allora, per tornare al titolo di questo pezzo, riprendiamo uno stralcio del lavoro di Lucio Villari: “Tugwell e Moley, incaricati alla ricercadi un metodo di intervento pubblico e di diretto impegno dello Stato che, senza distruggere il carattere privato del capitalismo, ne colpisse la degenerazione e trasformasse il mercato capitalistico anarchico, asociale e incontrollato, in un sistema sottoposto alle leggi e ai principi di giustizia sociale e insieme di efficienza produttiva”.
Roosevelt inviò Rexford Tugwell a Roma per incontrare Mussolini e studiare da vicino le realizzazioni del Fascismo.
Ecco come Lucio Villari ricorda il fatto tratto dal diario inedito di Rexford Tugwell in data 22 ottobre 1934 (Anche l’Economia Italiana tra le due Guerre, ne riporta alcune parti; pag. 123):
“Mi dicono che dovrò incontrarmi con il Duce questo pomeriggio… La sua forza e intelligenza sono evidenti come anche l’efficienza dell’amministrazione italiana, è il più pulito, il più lineare, il più efficiente campione di macchina sociale che abbia mai visto. Mi rende invidioso… Ma ho qualche domanda da fargli che potrebbe imbarazzarlo, o forse no”.
Erano gli anni che da tutto il mondo (e lo ripeto: da tutto il mondo) politici e studiosi venivano in Italia per studiare il MIRACOLO ITALIANO.
Esattamente come oggi, non è vero? E chi può mi smentisca!
Andiamo verso la conclusione e citiamo di nuovo Franco Monaco: “C’è una sola strada da percorrere, tutta italiana, ma preclusa ai grassatori: una strada da riprendere con un impegno non tribunizio, ma di studio e di ampia informazione pubblica, se si vogliono veramente ricostruire i valori crollati”.
Per valori crollati, Franco Monaco si riferisce a quelli crollati nella non troppo lontana sconfitta militare del 1945, quando i liberatori ci imposero le loro leggi, quelle basate essenzialmente sul valore del dollaro.

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